Coscienza ecologica

Ormai è indispensabile maturare una vera coscienza ecologica, per seguire con attenzione l’evoluzione degli ecosistemi; ed è diventato non più differibile anche per pediatri e genitori.

di Luciana Indinnimeo

Il 26 settembre 1991, a Oracle in Arizona, quattro persone (due donne e due uomini) furono ermeticamente chiusi in una futuristica struttura fatta di vetro, cemento e acciaio inossidabile, della superfice di due campi da calcio, in cui furono ricreati una foresta pluviale, un terreno desertico, un terreno cespuglioso, una savana, una palude, una mangrovia e una scogliera corallina – insieme ad un’area agricola in cui i partecipanti potevano far crescere il loro cibo. Nella struttura furono portate anche alcune specie animali (api, falene, farfalle, colibrì come impollinatori, serpenti, lucertole, tartarughe, pipistrelli e qualche altro vertebrato). Il progetto, denominato Biosfera 2, aveva lo scopo di creare un modello semplificato della nostra biosfera in grado di sostenere la vita di esseri umani in un altro pianeta privo della nostra atmosfera. Dopo ventuno mesi il progetto fu interrotto sostanzialmente perché il livello di ossigeno respirato era sceso al 14% e la produzione di CO2 era molto aumentata con drammatici cambiamenti dell’ecosistema che rendevano impossibile la vita di molte specie animali e vegetali, umani compresi.

Questa esperienza – apparentemente fallita – ci dimostra la nostra profonda ignoranza di come funziona la vita sul nostro Pianeta e ci fa capire quanto sia difficile ricreare un ecosistema anche relativamente semplice.




Ci insegna che tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere – il cibo, l’ossigeno che respiriamo, l’acqua che beviamo – è il prodotto dell’attività di altre specie, animali e vegetali, che spesso ignoriamo o danneggiamo.

Attualmente distruggiamo specie animali e vegetali ad un ritmo mille volte superiore al ritmo di estinzione naturale! Il vuoto di biodiversità che creiamo lo colmiamo prevalentemente con le nostre fonti alimentari: molte foreste o altri ecosistemi vengono distrutti per dare spazio a monocolture, e molte aree marine sono intensamente sfruttate da forme di pesca industriale. Oggi il 96% della massa dei mammiferi è rappresentato da noi e dai nostri animali domestici. Solo il 4% è il resto.

In un mio recente viaggio in Namibia mi sono chiesta se anche i miei nipoti avrebbero potuto assistere alla scena di due rinoceronti che prendono un “drink serale” nella pozza d’acqua nel parco naturale di Etosha.

La più grande attrattività della Namibia è rappresentata infatti dagli spazi immensi e dai suoi paesaggi incontaminati in un territorio tra i più antichi della Terra e vasto tre volte l’Italia, a cui si aggiungono gli animali selvatici e una natura versatile e proteiforme. Si tratta di una serie di ecosistemi unici che provocano quell’insieme di sensazioni che commuovono il visitatore. È un Paese che non conosce ancora l’inquinamento del mondo occidentale, dove il governo federale ha bandito l’uso della plastica nei parchi naturali del Nord.

Malgrado ciò, mi sono resa conto della fragilità e di quanto rapidamente stiano cambiando anche gli ecosistemi più “wild”.

Come viene riportato nel libro The Nature of Nature di Enric Sala, ex-professore della Scripps Institution of Oceanography a San Diego e dal 2008 responsabile del progetto “National Geographic Pristine Seas”, è indispensabile maturare una vera coscienza ecologica, per seguire con attenzione l’evoluzione degli ecosistemi, un percorso sicuramente lungo e difficile, ma inevitabile. A mio avviso è un impegno non più differibile per noi pediatri e per i genitori di oggi, responsabili della formazione delle generazioni future. Il Pianeta è di tutti! .